domenica 20 giugno 2010

Il Grande Freddo

Piove. Fa freddo. Il che, per un 20 giugno romano, non è che sia esattamente normale. Ma sembra - anche metereologicamente - che questo sia l'anno del Grande Freddo.
Alex arriva a quarant'anni, guarda indietro alla sua vita e la trova vuota, sprecata. Vede quello che è, e non gli piace. Alex sta ristrutturando una casa regalatagli dal suo amico dei tempi migliori. Alex è brillante, lo sa, ma quello che combina non va mai bene, non riesce a fare quello che vorrebbe. Non riesce ad essere quello che vorrebbe. Peggio ancora, non sa cosa vorrebbe essere. Alex è di fronte ad uno specchio, sorride, fa un respiro profondo. Prende una lametta. Mentre comincia ad incidersi i polsi sente a malapena dolore. Anzi, si gode quel poco che sente, sa che è una delle ultime cose che proverà. Si stende nella vasca tranquillo, godendosi l'acqua bollente come se fosse l'ultimo piacere della sua vita. Sente il sangue che gli bagna le braccia e, pian piano, mentre la vita lo abbandona, si rilassa. Dopo poco Alex è un cadavere e non più una persona. Ha fatto l'ultima delle immense stupidaggini della sua vita. Avrà un funerale fantastico. Diavolo, è il funerale che tutti - me compreso - vorrebbero avere. Con gli amici che sorridono mentre le note di "You can't always get what you want" si diffondono nella chiesa. Ha un solo difetto quel funerale: Alex non è lì per vederlo.
E' alla fine il problema che frega tutti i suicidi: quello che spinge a tagliarsi le vene, buttarsi da un ponte, spararsi in bocca o ingoiare un sacco di pillole non è solo la voglia di farla finita, in tutte le sue sfaccettature. C'entra anche la volontà di fare il proprio funerale, di calare la matta al momento meno opportuno quando i rapporti con tutti quelli a cui si vuole bene stanno andando implacabilmente a puttane, risolvere la partita gettando il tabellone per aria, non giocare più, sapendo benissimo che quello che rimane alla fine è solo un mucchio di ricordi, per la maggior parte belli.
Non dovrò più lottare - pensa il suicida - non dovrò più far fatica, non dovrò più dar retta alle stronzate e di me, dopo poco, non resteranno altro che bei ricordi.
Nessuno pensa del morto che era uno stronzo, anche se è vero.
E' una fregatura, e nemmeno piccola. Prima di tutto perché se uno è uno stronzo rimane sempre uno stronzo, qualunque cosa faccia per nasconderlo, fosse anche ammazzarsi. E poi perché nonostante tutto il peggior comportamento lo tiene, come quasi sempre accade, verso se stesso: si ammazza, quindi tutta quella bella scena che si è immaginato, fosse pure il più bel funerale dell'universo, non è per lui. Perché lui non è lì per vederla. E quindi diventa inutile, anzi, dannosa, visto il dolore che tutti proveranno per il suicida.
Mi dispiace Alex, eri uno stronzo. Hanno fatto bene a tagliare tutte le tue scene nel film.
Però...
Quando sento la sua storia, raccontata da quelli che l'hanno amato nei suoi momenti migliori, rendendosi conto di che persona eccezionale era, "brillante studente di fisica che abbandona gli studi per imbarcarsi in una serie apparentemente senza senso di lavori" - si, mi ricorda qualcuno - e capisco le sue difficoltà di comunicazione, l'impotenza che doveva sentire nel non riuscire a trasmettere agli altri quell'ansia esistenziale che lo spingeva a compiere cose senza senso, a dire cose contraddittorie, a sembrare tutto e il contrario di tutto da un momento all'altro, la difficoltà nel portare a termine le cose... Dio se lo capisco. Io ed Alex sembriamo due gocce d'acqua - e non lo dico perché era interpretato da Kevin Costner da giovane, io sono molto più brutto - e a volte questo mi preoccupa.
Ci sono dei momenti, brutti momenti, in cui il Grande Freddo cala su di me, mi pervade, e io mi sento intimamente vicino ad Alex, di fronte allo stesso specchio, gli stessi pensieri, le stesse paure, le stesse idee che riguardano una fine semplice e poco impegnativa, la stessa voglia di buttare all'aria il tavolo, carrarmatini e dadi compresi, per concludere la partita senza vincitori né vinti. Ci sono momenti in cui l'impossibilità di comunicare mi colpisce come una stilettata al cuore e la visione del futuro mi terrorizza.
So perché Alex ha fatto quello che ha fatto, non ha misteri per me.
E questo non mi impedisce - anzi, mi rende la cosa ancora più facile - di considerarlo uno grandissimo stronzo. L'ho detto anche prima, quello che ha fatto è stato un gesto infame, una crudeltà verso tutti quelli che gli volevano bene. E una stupidaggine verso se stesso. Succede che le cose vadano male, Alex. Siamo abituati ad attraversare l'inferno, e alla fine (magari un po' bruciacchiati e acciaccati, certo) se ne esce lo stesso. Sapere quanto fa male e averne una paura fottuta non può, non deve essere un buon motivo per farla finita. Essere morti è peggio. Essere morti è peggio di qualunque altra cosa.
Quindi, fioretto di questo strano inizio d'estate, cerchiamo di non essere degli idioti, per di più stronzi. Ricordarselo ogni tanto è sempre utile.

giovedì 17 settembre 2009

Ce l'ho.


Ce l'ho. Ma sono un po' troppo stanco per scriverne, ed ho un cospicuo manuale da leggere. Ne scriverò in seguito, con calma.
Ce l'ho. Ed è una figata...

lunedì 7 settembre 2009

Piccolo aggiornamento sulla procedura d'acquisto

Ok, la cosa sta andando avanti. Se non regolarmente almeno un passo dopo l'altro, cavolo.
Ho pagato l'attrezzo integralmente e firmato tutte le carte. Tecnicamente la macchina è mia. E quindi dovrei aver risolto. Senonché questi... Concessionari (esiste insulto peggiore?) se la prendono un po' comoda con la consegna, accampando vari problemi logistici (che ovviamente prima non esistevano).
Risultato: me la consegnano dal 16 settembre in poi (e si potrebbe andare a finire anche al 21). Alla faccia della pronta consegna.
Non sto facendo altro che ripetermi che devo essere ottimista, che non devo pensare ai possibili disastri.
Ma è dura darmi ascolto...
Mantengo le dita incrociate. Anche quelle dei piedi.

mercoledì 2 settembre 2009

Big Wednesday

Il risveglio fondamentalmente è normale. Sveglio alle 0600, alzato dal letto alle 0630, fuori di casa alle 0715. Come ogni giorno da svariati anni a questa parte, non è cambiato niente, perché sarebbe dovuta essere una giornata particolare?
Bé, qualche motivo c’era già in partenza. Dopo svariati anni e 185000 chilometri di onorato servizio la mia macchina sta cominciando a dare evidenti segni di imminente collasso. Un paio di luci sono kappaò - ma se non cambio le lampadine dubito che si accendano per puro miracolo - il motore è un po’ sfiatato, il parasole lato guidatore non ne vuole sapere di stare su, le sospensioni andrebbero ricostruite. Per di più domenica, mentre stavo andando tranquillamente a fare un po’ di spesa (fondamentalmente la sabbia per il gatto, quel felino caca come un equino) con un amorevole “scataclonc!” il finestrino lato guidatore è venuto giù. Con l’aiuto di un po’ di duct tape adesso sta su, ma non posso aprirlo ed è veramente una rottura.
Segnali, segnali importanti. E’ giunta l’ora di cambiarla. Il finestrino ha dato il colpo di grazia.
Un paio di piccoli problemi si pongono: non ho soldi da spendere, quindi o mi tocca una megarata di quelle spezzagambe a lunga durata o chiedo i soldi a mia madre. Ci penso. Soffro. Elucubro. Mi decido.
Mamma?
Fortunatamente ce li ha ed è (ragionevolmente) felice di potermeli dare. Alla fine la predica non è nemmeno troppo pesante - anche se io la prendo malissimo, deprimendomi all’inverosimile - e almeno questo punto è - quasi - risolto.
Lunedì vado in concessionaria e prendo gli accordi: si contratta il prezzo, il mio vecchio catorcio viene valutato poco più che un pezzo di ferro (me l’aspettavo, non potevo pretendere di più) e rimaniamo d’accordo che l’indomani mattina ci saremmo sentiti per bloccare la macchina. Ce n’era solo una in pronta consegna e bisognava fare in fretta per approfittare di uno sconto concesso dalla casa. Tutto bene, quindi...
Col cavolo. Il giorno dopo il telefono è muto, non squilla. Chiamo la concessionaria per avere notizie ma “il venditore oggi non c’è, domani torna”. Ok, pazienza, le cose non possono andare tutte male.
Stamattina un altro segnale. Accendo la macchina e parte la spia dell’olio. Cavolo. Ci mancava solo questo. Potrebbe essere il sensore - è già successo un paio di volte - o potrebbe essere che veramente c’è una perdita. Quella spia mi mette un po’ di fretta, non mi va di aspettare un paio di mesi con un catorcio che è diventato quantomeno rischioso da guidare.
Mando un SMS a mia sorella, che accompagna mia madre in banca, con il mio IBAN.
Dopo un po’ squilla il cellulare.
Silvio? Sono in banca, stiamo facendo il bonifico, ma mancano dei numeri all’IBAN...
Cazzo. Cazzo. Cazzo.
Nel cambio di telefono qualche mese fa l’IBAN, che porto come appunto sul telefonino, si è troncato. E io ce l’ho a casa.
Pensa, Silvio, Pensa. Elaboro anche una fuga in banca per chiedere pietà, ma poi mi si accende una lampadina: Maura ha il mio IBAN! La chiamo e - Santa Maura! - dopo pochi minuti lei me lo manda per posta. Chiamo mia sorella e, almeno, il bonifico parte. Speriamo arrivi in fretta.
Dal lavoro chiamo la concessionaria, il venditore ancora non c’è, forse nel pomeriggio. Una lampadina mi si accende e mi comincio a preoccupare. Chiamo la sede centrale.
Ma...
Guarda, è malato, ma a dire il vero non so proprio se torna, so che se ne sta andando. Anzi, forse si è proprio licenziato.
Ma non vi è arrivata la comunicazione per bloccare la macchina?
No, qui non ne sappiamo niente.
Cazzo. Cazzo. Cazzo.
Anzi, stasera dovrebbe venire una persona che era interessata, se ti sbrighi la blocchi e la prendi tu, altrimenti ti tocca aspettare...
Ok, non c’è problema, arrivo.
Avviso tutti, prendo un permesso e scappo di sotto. La sede centrale è dall’altra parte della città, se sono sfortunato è più di un’ora di macchina, mi fermerò sul raccordo per fare benzina e mettere un paio di chili d’olio.
Accendo. Parto.
Scotoclonc sclanc scalc, fa la macchina mentre si muove. Conosco questo rumore.
Cazzo.
Mi fermo e parcheggio. Ho forato la gomma anteriore destra. La stronza non ne vuole proprio sapere di farsi vendere. Cazzo.
Ok, calma e sangue freddo. Cric e ruotino sotto il sole cocente dell’una, 35 all’ombra, in quattro secondi netti sono piegato a terra che sbuffo e grondo sudore, mi sporco fino ai gomiti, bestemmio, i bulloni sono pure duri, ma metto il ruotino e mi incammino. Piano, è meglio non rischiare, ci manca solo che mi schianti.
Arrivo alla stazione di servizio all’autogrill, metto il paio di chili d’olio, faccio benzina e - miracolo! - vedo che nell’angolo c’è un gommista. Una mezz’ora e dieci euro dopo sono di nuovo sul raccordo, la spia non si spegne, spero proprio che non ci sia qualche perdita, ci mancherebbe, ma voglio far finta di niente. Arrivo alla concessionaria, fetente, puzzolente, imbrattato di grasso su tutti gli avambracci, ma pronto a comprare la macchina.
I venditori d’auto sono... Bé, affidabili come venditori d’auto. Un pelo al di sopra degli agenti immobiliari, ma sempre al di sotto dei lombrichi, molto al di sotto. Sia come sia concludiamo l’affare, comprensivo della valutazione da “pezzo di ferro” del mio catorcio. Arriva l’ultima botta.
Senti, ci sarebbero problemi per te se ti immatricolassimo la macchina ad ottobre?
Ahem... Ottobre? Pronta consegna? Pare, ma solo pare, che le macchine in pronta consegna siano diventate improvvisamente due - ma guarda un po’! - e quella del colore che preferivo (canna di fucile) non può essere consegnata se non ai primi di ottobre. Altrimenti la posso avere anche tra una decina di giorni. Ma grigio argento. Ci penso qualche secondo, più che altro per fare scena, non posso dire subito di si. Non mi fa impazzire il grigio argento, ma posso conviverci. Almeno lo sporco si vede di meno e si scalda un po’ meno al sole. A quel punto mi hanno preso per stanchezza, la prenderei anche viola a pois. Accetto. Firmo. Se il bonifico non dà problemi - e voglio ben sperarlo! - martedì prossimo gli porto un cospicuo assegno e il sabato dopo, o alla peggio il lunedì successivo, dovrei poter ritirare la macchina.
Torno a casa piano, la spia dell’olio è ancora accesa. Per un attimo penso di fermarmi da un meccanico per fargli dare un’occhiata, ma poi non mi sento in grado. Non oggi, forse domani. Arrivo a casa, faccio una lunga doccia. Sono stanco.
Ma, forse, adesso ce l’ho fatta.

sabato 29 agosto 2009

Vent'anni dopo

Ecco, è strano mettersi a parlare di quel periodo, come se non fossero passati vent’anni, cercando di ricordare, di capire cosa pensavamo allora, quand’eravamo semplicemente dei banali diciottenni.
Artifici letterari, a ben guardare, nel disagio che ci portavamo dietro. Un disagio che era a sua volta il risultato di un artificio letterario.
Beninteso, eravamo ribelli. Tutti i ventenni sono ribelli, tranne misteriosamente quelli di oggi, e noi non facevamo eccezione. Però a dire il vero eravamo un po’ scarsi di motivi di ribellione. Non che non ne avessimo (c’erano Craxi, Andreotti e Forlani, tanto per dirne una), ma alla fine non facevamo una vita troppo schifosa, avevamo delle prospettive davanti e ancora nessuno sapeva cosa diavolo fosse un call center.
Il problema è che ci eravamo nutriti di una dieta continua di guerra del Vietnam, John Lennon, Anarchy in U.K. e roba del genere, roba forte che faceva veramente sballare il cervello. Non potevamo far a meno di atteggiarci come una via di mezzo tra punk londinesi del ’77 e fricchettoni di Woodstock. Sapevamo benissimo che le due categorie, in fondo, si odiavano profondamente. Avevamo una cultura enciclopedica su quei fatti, giungendo a ricordare i cambi di batterista con precisione maggiore di quanto un ragazzino di adesso possa citare le formazioni della Roma 2001-2002, ma nonostante questo coltivavamo una visione eroica ed idealistica della continuità spirituale tra le ribellioni che ci portava a mettere sullo stesso palco Gene Vincent, Syd Barrett e Johnny Rotten senza problemi.
A ripensarci sarebbe stata una scena divertente, si sarebbero letteralmente scannati come lupi affamati messi nello stesso recinto.
Però avevamo ragione, era la stessa cosa.
Noi, mancando in fondo un serio motivo di ribellione contro cui scagliarsi come un treno contro un binario morto, ci buttammo contro i Duran Duran. E gli Spandau Ballet. E tutta quella merda che non faceva altro che passare in continuazione in televisione e nelle radio commerciali, riempiendo timpani e cervelli dei nostri poveri coetanei di stupidaggini di basso profilo. Niente giubottini colorati, pelle nera e stivali, atteggiamento da rocker. E guai a parlare di discoteche o a giudicare positivamente un pezzo di Phil Collins, si rischiava la radiazione dall’albo.
Avevamo ragione anche in questo, era e rimane cacca secca di cammello. Anche se adesso va di moda ricordarla con nostalgia e parlarne bene. Merda secca, altro che musica.
Molti imbracciarono le chitarre, i bassi e si armarono di bacchette e sulla base di questi presupposti iniziarono a fare musica. E che musica... Con degli ispiratori del genere non poteva che venirne fuori roba esplosiva, originale, innovativa, eccitante, termonucleare. A Brindisi, una cittadina di centomila abitanti scarsi, c’erano almeno otto gruppi diversi che suonavano, facevano concerti, componevano canzoni, si ubriacavano assieme, parlavano - molto - e agivano - molto, ma non abbastanza - per portare fuori questa loro arte nascosta, fermamente convinti di produrre ottima musica, un’ottima filosofia di vita, vivendo gli anni migliori della propria vita come un’unica, corale, appassionante e intrigante opera d’arte.
Mi duole ripetermi, ma avevamo ragione anche in questo. Nello stesso momento, in America, succedeva esattamente la stessa cosa. Dalle piccole città si alzava un suono di chitarre distorte che con cupa allegria si dedicava a sfanculare con rabbia l’establishment musicale, sociale, economico che era stato costruito con tanto impegno dalle generazioni precedenti.
Cazzo, loro però hanno avuto successo.
Ora tutti sanno chi sono i REM e i Nirvana, ma Blackboard Jungle e Birdy Hop li conosciamo in pochi, eppure facevano le stesse cose nello stesso periodo. Anche se, a dirla tutta, la differenza alla fine la fece venire da Seattle, fare duecento concerti all’anno in posti dove un produttore decente prendeva la macchina e in mezz’ora era lì. Molto, molto più facile che venire da Brindisi, fare trenta concerti all’anno in posti dove ti ritrovavi di fronte sempre le stesse persone, nessun produttore e dove a mala pena ti pagavano se non bevevi troppe birre.
Però la musica c’era, cazzo se c’era.
Sono passati vent’anni, la maggior parte di noi non ha ancora messo la testa a posto, a testimonianza di quanto fossimo... No, mi correggo, siamo convinti di quello che pensavamo all’epoca. La musica è ancora grandiosa, riascoltandola non è invecchiata assolutamente e non era per niente roba da dilettanti allo sbaraglio.
Ma soprattutto rimane quell’opera d’arte che è stata la nostra vita in quel periodo, immensa, torreggiante e splendida come una cattedrale gotica, il miglior capolavoro che potessimo produrre.
Avevamo ragione, l’ho detto, e anche se nessuno lo sa, siamo stati capaci di mettere assieme degli anni magnifici.
A proposito, non abbiamo ancora finito.

domenica 8 febbraio 2009

Testamento biologico?

Pare proprio che sia diventata una necessità. Esprimere chiaramente la propria volontà, non limitarsi ad accennare casualmente alle proprie convinzioni, lasciando liberamente ad "altri" - chiunque essi siano - il compito ingrato di trasformare questi accenni monchi e scevri di chiarezza in azioni reali.
In fondo non è un male. Che noi italiani, soprattutto noi che ci pecchiamo di essere intellettuali (intellighénzia? In questo paese significa riuscire a parlare di qualcosa che non sia l'ultima partita di calcio o l'ultima lite al Grande Fratello...), veniamo costretti ad esprimere una posizione chiara ed inequivocabile, senza quelle ampie fasce di ambiguità che sembrano essere una caratteristica di qualunque affermazione fatta in questa lingua.
Allora, si parlava di testamento biologico. Al momento in Italia questa cosa non ha alcun valore legale. Di più, visto l'orientamento bigotto e simil-populista della stragrande maggioranza del popolo italiano se mai si arriverà ad una legislazione è molto probabile che non ci sia mai un riconoscimento pubblico di quanto sto per scrivere. Probabilmente ritorneremo al medioevo giuridico dei dettami della Chiesa, ma, tant'è, io ci provo.
Primo punto: se schiatto, schiatto. Cuore fermo, cervello morto, non c'è discussione. Se ci sarà in quel momento qualcosa di buono da recuperare dal mio corpo allora che sia recuperato; quello che rimane, se possibile, venga cremato. Non chiedo a nessuno di conservare le ceneri: se si trova un bel posto, magari sul mare (non ad Ostia...), spargetele al vento. Non è una romanticheria inutile: non credo nella venerazione di un corpo in decomposizione e sarebbe bello rientrare al più presto nel ciclo della vita. Vorrei evitare i sacramenti cristiani, al momento non riconosco alla Chiesa cattolica alcun valore morale, ma se mia madre fosse ancora viva quando muoio so che le farebbe piacere. Per lei, quindi, ma non per me, potrei fare un'eccezione e ammettere che un prete faccia alcuni gesti per renderla felice. Se mia madre non ci fosse più quando verrà il momento... Bé, in quel caso è lineare: niente estrema unzione e funerale civile. Non voglio preti vicino al mio cadavere.
Morte cerebrale? Vedi sopra. Se il mio cervello non funziona più allora io non ci sono più. Quindi vedi sopra. Al momento la legge è d'accordo con me, ma visto come stanno le cose non credo che sia una situazione destinata a durare. Quindi, per evitare rischi, ribadisco: se per caso mi ritrovassi in uno stato di morte cerebrale e la mia volontà contasse ancora qualcosa togliete tutto quello che possa essere utile agli altri e cremate i pezzi di carne che avanzano. La morte cerebrale è morte a tutti gli effetti.
Stato vegetativo... E qui le cose si fanno complicate. Il corpo e vivo e funzione, ma il cervello - sia pur mantenendo quelle funzioni necessarie a tenere in vita il corpo - è andato. La coscienza non c'è più. O almeno credo che sia così, visto che nessuno è mai tornato da quella condizione per raccontarci cosa c'è. Non ho prove sceintifiche per affermare quanto sto scrivendo, ma sono profondamente convinto - e mi dicono che ad analizzare queste cose sono bravino - che non rimanga assolutamente niente di sé in quella condizione. Di conseguenza chiedo, imploro, supplico che se mai venissi a trovarmi in quella disgraziata condizione si faccia quanto possibile per accelerare la fine delle funzioni vitali del mio corpo, inclusa l'eventuale interruzione di alimentazione e idratazione. Un linguaggio freddo e crudele, ma - almeno spero - chiaro ed inequivocabile. Fatemi la pelle, non voglio rimanere come un corpo che sopravvive a sé stesso.
Coma... E cioé incoscienza più o meno profonda. La letteratura scientifica dice che dal coma, anche dal più profondo, è possibile tornare. Spesso in questi casi si hanno danni cerebrali, la coscienza, che io continuo ad identificare cartesianamente con l'individuo, può riemergere intatta come più o meno danneggiata. Diamo il beneficio del dubbio: provate a salvarmi la pelle. Vedete cosa ne esce fuori, se possibile, ma non accetto di essere mantenuto all'infinito in uno stato di coma se non c'è possibilità di recuperare almeno qualche funzionalità. Il parere dei medici ha un'importanza fondamentale in questo caso: se dicono che ci sono possibilità - al momento o in un futuro prossimo in cui la tecnolologia possa compiere qualche sviluppo che al mopmento pare ai limiti del miracoloso - che possa tornare, sia pure menomato, allora che si tenti. Ma quando le speranze si siano estinte non costringetemi alla tortura di continuare semplicemente, di essere un corpo vuoto da far sopravvivere indefinitamente. Se starò sognando in quel momento sappiate che la mia volontà è che quel sogno si spenga, perché possa diventare un ricordo nello spirito di chi ci ama. Non intendo far soffrire inutilmente, più del necessario, chi mi vuole bene.
Se poi mi debba ritrovare in una situazione in cui sono cosciente e condannato, magari sofferente... Bé, quella è una situazione diversa. Avrò, almeno spero, la possibilità di dire la mia, di fare valutazioni. E, questa è una promessa, sarò molto chiaro nell'esprimere ciò che voglio.

lunedì 29 dicembre 2008

Social network, 2008

Notte. Notte fonda, anzi, visto che è passata mezzanotte. Cambiamo la giornata - per convenzione, a dire il vero, visto che un abitante di Tonga vede già il tramonto e per un Hawaiano è appena cominciata la serata - e cambia il nostro atteggiamento.
Sarà che non si riesce a dormire, sarà la serata strana - eppure convenzionale - ma la percezione cambia.
“Notte fonda” è u periodo strano. E’ il periodo in cui ti tornano alla mente gli Stray Cats, just when a perfect domestic cat is purring on your leg, grazie al suggerimento di un amico.
Con cui, giusto per la cronaca, non parli da quasi un anno, ma che ti è sempre caro da morire, non fosse altro perché è uno di quei pochi ancoraggi che ti legano alla realtà, mentre un forte vento soffia e tenta di strappare gli ancoraggi e portarti in un mondo - diverso forse - pericoloso come degli scogli sottovento.
Non ci parlo da quasi un anno e mi dà un suggerimento. Potenza dei social network. Bé, 2008, sarai stato anche un anno di merda, ma ci hai portato qualcosa che potrebbe - e nota bene, dico solo potrebbe - essere un grande cambiamento della nostra misera, sbattuta e stanca società. Niente di particolare sia bene inteso, giusto una misera sostituzione dell’unica cosa che ci rende veramente umani, il senso della socialità, della tribù che è l’unica cosa che veramente ci importa, quella cerchia di persone, di conoscenti, di amici - ma quant’è difficile da definire questa parola? - che ci definisce molto meglio di una legione di psicoterapeuti assetati dei nostri ricordi e delle nostre paure.
Non siamo ciò che siamo, questa è una balla fantasmagorica tirata fuori da chi ci vuole far passare per individualisti ad ogni costo, per schiavi, servi del nostro autocompiacimento e della nostra voglia di essere qualcuno prima ancora di essere parte di un gruppo. Invece siamo il nostro gruppo, le nostre conoscenze. Eugenio ha percezioni di me diverse da quelle di Francesco, e a sua volta diverse da quelle di Fulvia. Davide non ne parliamo. Maura è una storia a sé.
Eppure noi siamo, né più né meno, quello che loro percepiscono, una serie di armoniche tutte diseguali eppure complementari, che concorrono impietosamente a formare quel suono che ci definisce da cima a fondo. Solo il battito fondamentale, le battute per minuto che ci scandiscono, sono il nostro contributo. Il resto, il freddo e confusionario resto di noi stessi, non è altro che la somma di queste miriadi di impressioni diverse. Collega, amico, capo, sottoposto. Amore. Figlio. Noi siamo quella somma, quella combinazione, ognuno un tono a sé impercettibile e continuo che ci delinea lentamente, armonica dopo armonica.
A volte un suono bellissimo, a volte terribile. Quasi sempre interessante.
A meno che - e il vostro umilissimo autore si scusa per lanciarsi in una metafora così banale - le armoniche che compongono e modulano questo suono non siano così rade, così poche e così accordate nella loro esilità da fondersi in un suono primario, in un onda quadro, di battito prevedibile e definito, che dopo poco scade in pulsazione, degrada in fastidio, per raggiungere in pochi istanti l'umiliante condizione di rumore di fondo, un piccolo suono che non ci raggiunge se non per le sue occasionali, disturbanti discordanze.
Per come la penso io è un destino di poco peggiore della morte.
Forse è per questo che amiamo tanto i social network.
Sono un surrogato - certo, niente di reale - ma ci permettono - almeno nella nostra mente malata e poco attenta - di illuderci di vivere ancora nella piacevole nebbia famigliare del giro di amicizie, quella cosa misteriosa che il meraviglioso mondo denominato Italia 2008 sta facendo di tutto per strapparci via. A malapena parli con quelli con cui lavori, se sei fortunato ne vale la pena, se la sfiga ti ha eletto a tuo compagno preferito sono delle personalità con le quali non vuoi avere niente a che fare. Torni a casa imbacuccato in una cassetta di lamiera assetata di benzina che non fa altro che isolarti da tutto quello che sta intorno, freddo, pioggia o contatto umano che sia. Torni a casa e non vuoi sentire nessuno perché costa fatica, ti schianti davanti alla televisione, bevi, mangi, ti fai una canna, mangi di più.
E stai con te stesso, invariabilmente, mentre il tuo suono perde di ricchezza, le armoniche si sfilano una dopo l’altra, il ritmo si fa costante e continuo, senza accenti né sbavare di una virgola.
Il tuo suono si fa sempre più monotono e noioso. Non interessante.
Provare ad inserire un battito nuovo diventa sempre più difficile. Di più, inutile.
Una sigaretta dopo l'altra finisci per convincerti che quel suono sei veramente tu... E hai voglia di qualcosa di più. Si cambia il ritmo, si inserisce una variazione. Chorus, verse, chorus, verse, middle eight, chorus, verse. La pulsazione comincia ad acquistare vita. I contatti si moltiplicano. Ridi con uno, scherzi con l'altro. Usi qualcuno per far riaffiorare quei ricordi lontani che un tempo erano te. Solo che non sono pericolosi scogli affilati quelli che affiorano, ma dolci spiagge che possono ospitare, sia pure per qualche momento, la tua barca annoiata.
Sto andando bene? E' un buono stile? Parlo, Comunico, Racconto?
Abbiamo oscillatori e campioni al posto dei buoni vecchi basso, chitarra e batteria, è il 2008 - quasi 2009 - e dobbiamo affidarci a queste - stramaledette! - reti di comunicazione per poter ricostruire una parvenza di rete sociale. Troppo complicato, troppo doloroso rientrare nella realtà.
A volte crei, senza accorgertene, nuovi legami. Il collega di lavoro che comincia a scambiare commenti con l'amica che non vedi da dieci anni. La causa, inventata per una semplice associazione di idee, che vede assieme l'amico fraterno e il ragazzo che lavora per te, senza distinzioni. E' figo quando succede, sembra come una bevuta tra amici del periodo d'oro. Con la gente che si presentava e che dopo dieci minuti - e, a dire il vero, anche dopo tre o quattro birre - era un amico fraterno. Un pallido surrogato, certo, ma a modo suo funziona.
Dio, certe volte vorrei che qualcuno alla Cisco desse di matto e mandasse a puttane tutta questa roba, tutta quest'infrastruttura che ci dà una minima, minima possibilità di non impazzire tutti o di non tramutarci tutti in automi senza senso.
Ma devo stare attento ad esprimere queste aspettative. Come dice un antico proverbio arabo:
Attento a pronunciare i tuoi desideri ad alta voce nel deserto. Allah potrebbe sentirli. Ed esaudirli.

mercoledì 10 settembre 2008

Come salvarsi dall'LHC

E va bene, mi ci butto anch'io. Un po' di pubblicità, è che diamine!!!
Darò qui una bella ricetta per trarre il massimo dalla fine del mondo annunciata dall'accensione dell'LHC.
  1. Trovare una vergine (lo so, è difficile. Praticamente impossibile. Ormai sono diventate più difficili da trovare del Bosone di Higgs. Ma con un po' di fortuna...)
  2. Dirle che non è il caso di morire vergine, che il mondo sta per finire, e che quindi di conseguenza sarebbe il caso di fare qualcosa.
  3. Offrirsi generosamente per risolvere la situazione.
Quando poi, domani, il sole sorgerà come sempre, senza che sia successo niente - perché, parliamoci chiaro, l'esperimento che si avvierà nei prossimi mesi non presenta alcun rischio - ci sarà il problema di spiegare alla non più vergine che, purtroppo, il mondo non è finito (colpa di quegli irresponsabili degli scienziati, ovvio). In tal caso se la giovane avrà gradito l'esperienza la si potrà ripetere... In caso contrario va da sé che, con poche modifiche, si potrà ripetere "l'esperimento".

mercoledì 25 giugno 2008

Come scrivere un libro di successo

Voglio fare i soldi. No, non voglio diventare così ricco da non dovermi più preoccupare dei soldi da spendere per comprare una villa alle Cayman, ma voglio fare i soldi, quelli che mi permettano di vivere una vita tranquilla, poter scegliere il posto dove vivere e non dovermi preoccupare ogni volta che vado a fare la spesa.
Non chiedo molto, mi basterebbero un'ottantina di migliaia di euretti all'anno.

E, se non ci si vuole ammazzare di lavoro, la maniera migliore per ottenere questo è scrivere (la migliore è più onesta maniera per far soldi, a parte lavorare).

Il problema, quello vero, è che non basta scrivere: gli italiani - me compreso - sono tutti scrittori. Sfortunatamente siamo un po' scarsi di lettori, ma questa è un'altra storia... Bisogna scrivere un libro di successo, vendere un bel po' di copie, riuscire ad ottenere buoni introiti. Considerando che le due cose più lette in lingua italiana sono "Tre metri sopra il cielo" e la Gazzetta dello sport l'impresa può sembrare immane ed impossibile, ma in realtà qualche possibilità c'è.
Seguirò l'ispirazione datami da migliaia di blogger in tutto il mondo: invece di fare le cose darò le regole per farle - è sempre molto meglio predicare che agire - e per una volta soccomberò anch'io alla regola della "lista delle cose da fare", contenuto principale delle migliaia di cose presenti in Internet:
  1. Quasi tutti gli scrittori moderni sono introspettivi. I personaggi sono sempre stracarichi di problemi, antieroici, delusi dalla vita... Un incrocio tra Dostoevskij e David Leavitt. Non c'è da sorprendersi: non è nient'altro che lo specchio dei tempi attuali, in cui non facciamo altro che piangerci addosso alle nostre disgrazie, vere o immaginarie che siano. Volete fare i miliardi? Basta scrivere di qualcuno che "apparentemente" sia così, ma poi, nella realtà (letteraria) della vostra opera, si riveli un superfigo. Non dico una specie di Superman, ma uno che, invece di stare a piangersi addosso in continuazione, sia in grado di intervenire attivamente sul suo mondo e sulla storia raccontata invece di beccarsi tutte le disgrazie come se un treno (incazzato) gli piombasse addosso. Una specia di Jerry McGuire, per capirci.
  2. Delle lunghe camminate sui lungomare passate a riflettere sul tramonto e sull'esistenza non gliene frega niente a nessuno. Un po' d'azione, qualche mistero da risolvere (sul quale dare indizi, ma non troppi, lungo la storia), qualche nome altisonante da infilarci, o anche una storia basata sullo sport, che è pur sempre una guerra metaforica, o su una guerra vera e propria (ma attenzione in questo caso alle implicazioni politiche che devono sempre essere il più neutrali possibile/favorevoli al pensiero della maggioranza). La musica può essere una buona alternativa. Un ottima fonte di ispirazione possono essere i film americani sullo sport: sono tutti uguali, a malapena cambiano i nomi e lo sport dei protagonisti, eppure sono sempre piacevoli da vedere. Ci sarà un motivo, no? In alternativa ci si può buttare tranquillamente sulla storia d'amore: lui ama lei, lei ama lui, succedono casini, si lasciano, si rimettono e si rilasciano... Qualunque puntata di una qualunque telenovela può dare buoni consigli. L'unico problema è che ce ne sono già migliaia in circolazione, e la possibilità di scrivere un secondo Romeo e Giulietta sono scarsine...
  3. L'italiano è importante. Ma l'italiano è una lingua prolissa, che anche troppo facilmente si lascia andare a lunghe digressioni senza senso. E in più la virgola è una nemica, se possibile da evitare. Scrivere in buon italiano può a volte essere negativo: frasi non troppo lunghe, in cui accarezzare il lettore e non costringerlo a seguirci in voli pindarici. Non bisogna rischiare di farsi catturare dalla tentazione del cazzeggio linguistico continuo: frasi grammaticalmente corrette, ricche di barocche metafore affascinanti ma che... Non portano a nulla. Un buon esercizio, da consigliare a tutti: leggere ad alta voce quello che si scrive; se suonerà bene è molto probabile che si sia anche scritto bene... E il viceversa.
  4. Esotici. Ma non troppo. Ci siamo fondalmente scocciati di un'Italia quotidiana che non fa altro che provare a spezzarci le gambe. Tutti. Ma non bisogna esagerare: siamo pur sempre la nazione di quelli che si lamentano in continuazione del caffé all'estero - che non è mai buono come quello italiano, per la cronaca - e che ordinano l'amatriciana a Dublino. Anche se è scotta e fatta con bacon e cheddar. Quindi bisogna inserire elementi familiari, che ci possano far sentire più vicino quest'esotismo edulcorato. Se si è a Dublino i nostri eroi devono trovare guanciale e pecorino romano, i bucatini De Cecco e mangiarsi un'amatriciana coi fiocchi. Se ci sono personaggi stranieri dovranno pensare come noi Italiani, o al massimo con l'idea stereotipata che abbiamo di loro: Irlandesi ubriaconi, Francesi spocchiosi e Tedeschi precisissimi fanno parte della ricetta, così come gabinetti sporchi in Grecia e Turchia, Americani sempliciotti e Africa misteriosa. Con magari un tocco di complotto militaristico in America Latina e un piano israeliano per colpire gli Arabi prima che loro attacchino Israele. Prego apprezzare il fatto che ho fornito almeno un paio di personaggi, altrettanti spunti per una trama abbastanza interessante e una buona atmosfera generale... Se qualcuno trova un titolo figo e si sobbarca l'infida fatica di scrivere quattrocento pagine di prosa appena decente sappia che farà un sacco di soldi... Dei quali gli chiedo solo un misero 1%.
Mi fermo a quattro consigli, sono pigro. Ci sarebbe un quinto consiglio però: non essere pigri.
E già, perché come disse qualcuno, fare lo scrittore sarebbe un grande lavoro, non si dovesse scrivere... Purtroppo è vero, e quindi esiste un'unica maniera per affrontare e superare questo problema: scrivere, e scrivere in continuazione. Darsi un obbiettivo costante, e scrivere, che so, dieci pagine al giorno come se si dovesse timbrare il cartellino, senza curarsi delle giornate nere, delle telefonate, di andare a fare la spesa e tutto il resto. Produrre centinaia di paragrafi al giorno, alcuni buoni, altri meno buoni. Impegnarsi su ogni parola ma, allo stesso tempo, superare le impasse con la semplice, stolida testardaggina. Il primo giorno sembrerà impossibile, il secondo difficile. Il terzo sarà complesso, ma dopo un po', con l'esercizio, verrà naturale e semplice. E producendo migliaia di parole al giorno si potrà limare e scartare fino ad arrivare ad un buon prodotto. Perché il grande scrittore non si riconosce dalla quantità di carta che produce, ma da quella che butta.
Mio malgrado devo ammettere che è questo il mio più grande problema: posso predicare bene, ma sono il primo che, per un motivo o per un altro, non riesce a mettersi ogni giorno davanti alla tastiera a buttare giù dieci pagine - che siano di grande letteratura o di immondizia - sforzandomi e scrivendo.
Magari un giorno ci riuscirò. E allora - parola di Giovane Marmotta - nel giro di sei mesi avrò finalmente fatto i soldi nella maniera più semplice possibile.
L'importante, nei sogni, è trovare sempre un piccolo ostacolo che ci impedisca di realizzarli...

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Now playing: Buffalo Springfield - For What It's Worth
via FoxyTunes

lunedì 23 giugno 2008

La sicurezza dell'LHC

Finalmente, dopo tanto, troppo tempo durante il quale le peggiori speculazioni avevano trovato libero sfogo in innumerevoli cavolate basate più che sulla fisica sui nomi d'impatto di alcuni "strani" oggetti, il CERN ha pubblicato una serie di rapporti sulle possibilità che quanto prodotto nell'LHC possa annientare il mondo.
Ricapitolando brevemente alcuni avvocati in vena di facezie avevano fatto partire - ovviamente con gran pubblicità e intervento dei mass media - un paio di cause in cui si accusavano gli scienziati del CERN di rischiare letteralmente la distruzione del mondo (o anche, bontà loro, dell'intero universo) creando buchi neri, strangelets, bolle di vuoto o anche puffi blu, se per caso avessero inserito nell'acceleratore un Gargamella incavolato.
Fortunatamente (o no?) le probabilità che questo accada sono meno che infinitesimali. Il CERN ha pubblicato una serie di rapporti che spiegano i motivi per cui l'LHC è meno pericoloso di una teiera messa a bollire. Si possono trovare in rete (qui c'è un riassunto in italiano, qui lo stesso riassunto in inglese, qui il rapporto completo, in inglese, integrato da un addendum sulle strangelets che, tra l'altro, è un interessante pezzo di buona fisica...).
Penso che, ancora una volta, la summa ignorantia dei mezzi di informazione abbia compiuto il suo giro. Sono pronto a scommettere che molti giornalisti generalisti solleveranno dubbi (perché il CERN sente la necessità di controbattere a questi timori se non c'è un fondo di verità?) quando invece si tratta di un'esemplare tentativo, da parte dei fisici dell'organizzazione ginevrina, di spiegare in termini comprensibili al grande pubblico il motivo per il quale essi sono così tranquilli.
Va da sé che la risposta corretta da dare a questi timori sarebbe stato un banale "studiate un po' di fisica e così capirete che state dicendo un mucchio di stupidaggini", ma fortunatamente lassù a Ginevra sono dei signori, molto più gentili di quelli che li accusano.
Sono veramente curioso di vedere quali e quanti giornali riporteranno queste educate ed esaurienti risposte... E quanti, significativamente, le ignoreranno per dare spazio all'ennesimo reportage sugli amori della Canalis.

sabato 21 giugno 2008

La forza degli antenati (parte II°)

Sono a Brindisi, per una toccata e fuga. Il mio Tiranno, il Tempo, continua ad essere padrone. Miliardi di cose da fare, mancanza di tempo per farle, e contemporanamente un tale turbinio di idee e di propositi per il futuro che, a metterle tutte in conto, avrei bisogno di quattro vite per compierle.
Nel frattempo dovrei anche guadagnarmi da vivere, e la quinta vita che sono costretto a vivere per farlo finisce per essere l'unica vita che vivo. Nel frattempo le altre quattro vite, con tutti i loro propositi, le brillanti idee, i rapporti sociali che vorrei avere vanno, molto semplicemente, a farsi fottere.
Conosco molto bene quegli altri quattro Silvio potenziali che vivono quelle vite. Sono brave persone, molto migliori di me, ma hanno tutti una cosa in comune: non devono preoccuparsi di quello che avviene giorno per giorno, non devono rispondere al telefono, non hanno madri malate, compagne bisognose di supporto, lavori stupidi dove si passa il tempo a fare cazzate senza senso per accontentare dirigenti idioti. Non vivono in una nazione dove la cosa più importante, nel momento in cui un governo di tendenze vagamente nazipopuliste ha conquistato il cuore dei miei connazionali, è che la nazionale vinca un'idiota partita di calcio contro la Spagna. Non hanno quel macigno sul cuore che mi impedisce di formulare un pensiero chiaro e distinto.
A volte li odio, e vorrei che non esistessero. Peccato che loro mi rispondono con un sorriso sarcastico. "Appunto, noi non esistiamo, sei tu che esisti e ti becchi tutta la merda, noi siamo in un non-luogo, in un non-tempo. Se noi esistessimo saresti tu a non esistere, se non come incubo. Il peggiore degli incubi."
Si, la diagnosi è facile, sono depresso e senza prospettive, non certo lo stato d'animo migliore per far funzionare il cervello.
In tutto questo piombano degli avvenimenti strani, come dei segnali. Ieri sera ho recuperato, con l'impareggiabile aiuto di Maura e di mia madre, le vecchie foto fatte da mio nonno.
Una serie infinita di foto che partono dal mio bisnonno, Francesco Mongelli, notabile morto negli anni cinquanta del secolo scorso dallo sguardo ironico e allegro, per proseguire con decine e decine di immagini che immortalano questo rubicondo giovane mentre studia medicina a Napoli, mentre si sposa con una bella ragazza, fa un paio di figlie e assiste ai grandi avvenimenti del suo tempo, come l'invasione dell'Albania nel '39 (si, li abbiamo invasi noi per primi) e la guerra. Qualche foto scampata alla censura lo ritrae, medico militare, sul fronte russo. La divisa degli Alpini mentre è a Trieste nel giugno del '43, mano nella mano con moglie e figlie, ignaro che da lì a poco sarebbe stato trascinato in un carro bestiame per una vacanza premio al Sennlager, in Germania, a tempo indeterminato.
Poi la guerra finisce, il fisico già tendente alla pinguedine si espande, le figlie diventano tre e lunghi viaggi lo portano in giro per tutta l'Italia. Foto dopo foto li si vede ridere e scherzare nelle piazze storiche di questo paese, con giusto un paio di automobili a volte sullo sfondo, la maggior parte delle volte vuote e tranquille.
Mio nonno è morto questo stesso giorno, ventuno anni fa. La prigionia in Germania gli aveva massacrato un cuore già troppo generoso, ma fortunatamente ha retto abbastanza a lungo. L'ho conosciuto, lo ho amato, è stato il mio vero maestro anche se è morto troppo presto per potermi avviare verso la strada che lui aveva iniziato. Si è limitato a darmi un'impronta generale, creando quegli altri Silvio che adesso mi tormentano... Anche se, a dire il vero, dovrei solo prendere il coraggio a due mani, mandare al diavolo tutto e tutti e riunirmi con loro, per poter finalmente seguire la sua strada. Forse è troppo tardi, maledettamente troppo tardi, sia per me che per un mondo che, rispetto a quelle foto vecchie di mezzo secolo è più, ha fatto passi da gigante. Purtroppo molti di quei passi sono stati fatti nella direzione sbagliata, esattamente come è avvenuto con me.
In questo trovo un po' di consolazione, alla fine non faccio altro che essere lo specchio di questi tempi impazziti che - invece che conquistare la Luna - si sono buttati nel labirinto di contraddizioni senza senso che sembra essere il marchio indelebile del duemilaeotto. Un duemilaeotto così profondamente diverso da quanto vedo in quelle foto, specchio del secolo breve che adesso, nonostante i milioni di morti, le crudeltà, le privazioni e gli scontri titanici sembra essere tanto più attraente.
Non fosse altro perché loro, gli abitanti di quel secolo, nonostante le minacce e le paure fossero tanto più grandi e terribili di quelle che affrontiamo noi, riuscivano lo stesso a ritagliarsi degli spazi in cui essere allegri e spensierati, in cui condurre per mano una bella moglie e due bambine felici su un lungomare di una città in guerra.
Ho il diario del nonno, so che anche lui aveva le sue paure. Devo chiedergli un ultimo aiuto, dopo che ha fatto tanto per me. Devo imparare da lui, devo trovare la maniera di vivere e riunirmi con quegli altri Silvio che tanto si aspettano da me. Se lui ci è riuscito ci riuscirò anch'io.
Non fosse altro perché non ho alcuna alternativa.

sabato 14 giugno 2008

Conquisteremo mai la luna?

Correva l'anno 1969. Io - come molte delle persone che conosco - non ero ancora nato. Scendendo da una scaletta dal peso e dalla costruzione accuratamente controllati un uomo vestito con una spessa tuta bianca si accingeva a far un piccolo passo. Per lui. Per l'umanità sarebbe potuto essere un passo gigantesco.
Neil Armstrong si bilanciò sulla scaletta, spostò il peso in avanti e fece quel piccolo passo, pronunciando la sua famosa frase. Non disse "potrebbe essere" un balzo gigantesco per l'umanità. Disse "è".
Si sbagliava. Ma non poteva saperlo.
Dopo la missione di Armstrong ci furono altre sei missioni Apollo verso la luna, delle quali cinque riuscirono in maniera ammirevole, rendendo la visione di un uomo inguainato in una goffa ed ingombrante tuta bianca che camminava sulla superfice polverosa del nostro satellite una routine. Quasi una noiosa routine. Gli anni passarono. Ci furono lo Skylab e le Salyut, lo Space Shuttle e la MIR, il Challenger saltato in aria, il Columbia disintegrato e sparso su tutti gli Stati Uniti, la ISS e le immagini del telescopio Hubble.
Però sulla Luna non ci siamo mai tornati. E, a ben vedere, non è che la presenza umana nello spazio abbia poi portato a tanto.
Certo, le missioni automatihce ci hanno regalato tante soddisfazioni. Abbiamo visto le tempeste su Giove e i vulcani di Io, abbiamo mandato rover che tuttora ruzzolano per la superficie di Marte. Escluso Plutone ogni pianeta del Sistema Solare è stato esplorato - per risolvere l'impasse si è deciso alla fine che Plutone non è un pianeta, così adesso possiamo dire che abbiamo raggiunto e fotografato ogni pianeta del Sistema Solare - e giusto per rincarare la dose abbiamo dato uno sguardo ravvicinato anche ad un paio di comete e di asteroidi. Ma la gente nello spazio non è più andata oltre la bassa orbita terrestre, come se fossimo dei ragazzini ai quali la mamma avesse detto, con amore ma decisione, di non allontanarsi dal cortile di casa. Noi, da bravi bambni, abbiamo obbedito.
Quando John Kennedy lanciò la sua sfida alla Luna - e, casualmente, all'Unione Sovietica - disse delle parole pregnanti: "non lo faremo perché è facile. Lo faremo perché è difficile". Questo era lo spirito che impregnava l'intero programma Apollo: fare qualcosa di impegnativo, di terribilmente difficoltoso, per poi guardarsi indietro, assaporare il momento di trionfo e pensare "Cacchio, cosa abbiamo fatto..." sorridendo e scuotendo la testa. Più o meno la stessa meravigliosa sensazione che devono aver provato i fellah egiziani quando, dopo anni di lavoro, seduti sulle rive del Nilo, hanno visto per la prima volta la Grande Piramide finalmente completa, scintillante al sole del tramonto.
La Grande Piramide, come il Progetto Apollo, è un monumento immortale alla difficoltà dell'opera, alle traversie passate per portarla a compimento, alla tenacia, la costanza e l'ingegno degli uomini che hanno penato per portarla a compimento.
Come tutte le grandi realizzazioni il progetto Apollo lasciò dietro di sé un vuoto immenso da colmare. Cosa fare dopo? La NASA aveva i suoi progetti: una grande stazione spaziale, un volo su Venere, non per toccare la superficie venefica e rovente, ma semplicemente per andarci. Poi, chissà, Marte, una base sulla Luna. E poi l'infinito, nello spirito della "nuova frontiera" predicata da Kennedy e fatta propria da Johnson.
Non se ne fece nulla. Il Problema, il vero problema, è che dopo che si era riusciti ad inviare degli astronauti sulla Luna e a farli ritornare vivi a terra, queste imprese, per quanto grandiose, non sarebbero stato più delle imprese difficili. Costose, certo, costose all'inverosimile, ma non difficili: realizzare questi viaggi avrebbe significato tradire in pieno le aspettative e la sfida rappresentate dalla frase di Kennedy. Saremmo potuti andare su Venere, nuovamente sulla Luna, forse anche su Marte, ma di certo non avremmo più potuto dire che lo facevamo perché era difficile. Il lavoro più complicato era già stato fatto, a quel punto non restava che ordinare altri Saturno V, portare altro materiale oltre il pozzo gravitazionale della Terra ed assemblare astronavi sempre più grandi per andare sempre più lontano.
Disgraziatamente dire "lo facciamo non perché sia difficile, ma perché sappiamo già come farlo e basta spendere qualche miliardo di dollari e ci arriviamo" non ha lo stesso appeal di "lo facciamo perché è difficile". E infatti non ha funzionato, non l'abbiamo fatto. Anche perché, triste a dirsi, adesso come adesso i ritorni economici di un programma costoso e grandioso come quello visualizzato dalla NASA alla fine degli anni sessanta sarebbero scarsini, e di sicuro poco remunerativi.
L'attuale - fortunatamente per poco - Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, nella sua ansia pseudo Keynesiana di fornire nuove sfide alla sua nazione in maniera tale da creare occupazione e mantenere l'illusione della nazione leader nel mondo, sta tentando di lanciare un nuovo programma spaziale che abbia come obbiettivo nuovamente la Luna e, eventualmente, Marte. Purtroppo il progetto Constellation manca di appeal: dal punto di vista tecnico non è nient'altro che il vecchio progetto NASA per andare sulla Luna del 1963, accantonato poi per la fretta di battere i russi con uno più rischioso e costoso (ma più rapido nella sua realizzazione). Le tecnologie proposte sono reliquie vecchie di cinquant'anni, con l'unico pregio di essere sicure e affidabili e relativamente poco costose; giusto per fare un esempio le prove in galleria del vento della "nuova" navicella Orion sono state ridotte al minimo, visto che in realtà non è nient'altro che la vecchia Apollo un po' ingrandita. Se poi andiamo sul piano della comunicazione e dell'impatto mediatico... Bé, Constellation ci darà ben poco di più di Apollo, a parte una migliore qualità delle immagini televisive. E sicuramente nessuno potrà dire che si tratti di qualcosa di rischioso e difficile. Constellation è solo lento, metodico e immensamente costoso, anche se non quanto sarebbe costato il programma della NASA dopo Apollo. A malapena ci accorgeremo del ritorno sulla Luna.
Quando, allora, conquisteremo veramente la Luna? Una luce di speranza c'è: Burt Rutan e Richard Branson ci stanno di nuovo portando nello spazio in maniera avventurosa e poco sicura, ma con quel ghigno satanico che contraddistingue i veri esploratori. Le loro fusoliere poco costose in resina epossidica e i modellini in plastica portati in giro su vecchi pickup scassati per testarne l'aereodinamica mi danno, paradossalmente, più fiducia dell'approccio metodico degli impiegati della NASA. Avranno i loro problemi, e forse anche qualche morto, ma sono sicuro che in questo momento stanno sorridendo alla Luna, pronti a spiccare il prossimo, rischioso salto.
Proprio perché è difficile.
E poi la loro prima astronave si chiama Enterprise...

venerdì 13 giugno 2008

Mia cugina

Mia cugina non lo immagina nemmeno, ma lei praticamente è il mio idolo.
E' una donna minuta, gentile, molto delicata, anche se capace di una forza assolutamente inaspettata, riservata ovviamente solo ai momenti di bisogno. Mia cugina ha realizzato molte delle cose che - se fossi stato solo un po' più forte e determinato - avrei potuto fare: ha studiato duramente fuori sede (lei a Bologna, io, inutilmente, a Perugia). Si è laureata in medicina in sei anni, senza perdere nemmeno un mese, uscendone fuori anche come un bravo medico. Durante quel periodo si è anche mantenuta agli studi lavorando come cameriera.
Come specializzazione ha scelto Oncologia Pediatrica. Ora, non lo dico perché lei e mia cugina e le voglio un mondo di bene, ma credo veramente che passare la vita a curare bambini con il cancro sia quanto di più vicino alla santità possa immaginare... E lo dice un laico convinto come me.
Come tante altre persone intelligenti e volenterose anche lei si è schiantata contro il muro della stupidità accademica italiana. E' un sistema perverso e che si autosostiene, impedendo a qualunque persona dotata di un pensiero brillante ed originale di sviluppare le proprie ricerche, di portare avanti le proprie idee (me lo diceva Umberto, uno dei matti che mi stimano...).
Io ne sono stato schiacciato: alla fine questa situazione ha rappresentato uno dei motivi per cui ho mollato l'università. Lei, invece, ha reso questa difficoltà uno stimolo ancora maggiore per continuare a lottare, per farsi avanti. Non solo: cogliendo al volo un piccolo colpo di fortuna è riuscita ad andarsene dall'Italia - forse il mio sogno più potente e pregnante - e a proseguire nella specializzazione a Parigi, nel migliore centro oncologico d'Europa.
Grandiosa. Essendo quella persona intelligente e sensibile che è, non solo è riuscita in poco tempo a padroneggiare il francese (e, en passant, l'inglese), del quale non parlava praticamente una parola, ma è riuscita a fare carriera, diventando stimata e richiesta. Adesso è ad un passo dal Ph.D., fa ricerca, ma non contenta continua le sue guardie in corsia, curando i suoi piccoli malati dalla malattia più brutta del mondo.
Un paio di settimane fa ero a Parigi e ci siamo incontrati. Mi ha presentato il suo fidanzato - Stefàn, non so se capisci quello che scrivo visto il tuo scarsissimo italiano, ma sei una persona meravigliosa ed eccezionale, siete una coppia fantastica... - presentandosi romanticamente abbracciata a lui nel Jardin des Plantés. Hanno portato me e Maura a prendere un aperitivo sul Canal Saint-Martin, poi a cena a Belleville, come omaggio a Pennac... E oltretutto abbiamo mangiato anche bene. ;) Una serata fantastica, da far venir voglia di passarne molte altre così.
Grazie Michaela, sei una delle persone che mi danno veramente fiducia nell'umanità. E, come ho già detto all'inizio di questo (melenso) post, sei uno dei miei idoli.
Continua così, almeno tu. Non farti fregare.

giovedì 12 giugno 2008

Nella terra delle colonne sonore perdute

A volte, quando mi sento dell'umore giusto, penso alla mia vita come ad un romanzo, come un film. Ultimamente trovo il film particolarmente noioso, qualcosa di paragonabile ad un film di Kieślowski... Ma questa è un'altra storia.
E' un esercizio utile, una mia cara amica - ora purtroppo tragicamente scomparsa - chiamava questa sensazione andare in catena: ritrovarsi improvvisamente a vedere dall'esterno la propria vita, le proprie azioni, le proprie idee come se raccontate da un narratore impersonale. Si può completare il tutto con qualche inquadratura, magari particolarmente ardita, innovativa, con delle luci particolari e delle scenografie suggestive; non necessariamente fantascientifiche o elaborate, sia ben chiaro, niente di simile alla galleria degli specchi di Versailles o al cornicione piovoso dell'ultimo scontro di Blade Runner. Presa nel contesto giusto anche la spoglia stanza anonima nella quale sto scrivendo queste due parole può diventare una scenografia suggestiva.
E' un'abitudine che io ho sempre considerato salutare. Oddio, probabilmente la maggior parte degli psicologi potrebbe cosiderarla molto distante dal "salutare". Credo che sia una di quelle cose che, portata appena un po' più in là, possa portare ad una vera e propria psicosi, se non all'autismo più totale.
Ma, alla fine, io sono un po' autistico, quindi non ne sono del tutto preoccupato.
Collegato all'andare in catena è un altro mio viziaccio - se così si può dire - quello del narrare. Narrare non è banale. E' un qualcosa che riesce bene, di solito, con qualche bicchiere di alcool in corpo. Voi che leggete (sempre i miei dieci manzoniani lettori) potreste provarla in qualche momento: prendete la situazione in cui siete, fate un respiro profondo e cominciate a narrarla, come se foste un autore. Un esempio?
Nell'ufficio erano rimasti in pochi, vista l'ora tarda. Qualcuno vagava di stanza in stanza con poco da fare, giusto per accumulare qualche minuto di straordinario in più. Qualcun'altro, curvo sul proprio computer, lottava con il codice che scorreva sullo schermo, tentando di risolvere quei problemi che aveva dato per banali e semplici e che invece si stavano rivelando ostici ostacoli, impossibili da superare, fonte di altri problemi, di telefonate in tono sommesso a compagne e compagni scocciati ed ansiosi, di occhi rossi e lacrimosi accompagnati da mal di testa inopportuni.
In un ufficio deserto, solo, Silvio batteva sulla tastiera con costanza. Joe Strummer suonava dal suo computer mentre lui affidava il suo pensiero del momento al suo blog. - "Dovrei farlo più spesso" - pensava mentre scriveva, stupito di come dall'aridità della sua vita di quei giorni venissero fuori lo stesso parole abbastanza interessanti... O almeno lo sperava. Raccontare, per lui, era stata una seconda natura. Giocare con le parole, carezzare con destrezza le menti di chi leggeva, passare rapido le dita dei suoi pensieri sui punti più sensibili di chi ascoltava era stata per lui un'attivita paragonabile solamente al sesso... Anzi, a volte anche più soddisfacente.
Però, tristemente, quella che era stata la parte più amata di se stesso stava diventando lentamente sempre di più un ricordo. E' un momento triste quando delle parti di sé diventano un ricordo, un segno dei tempi che cambiano. In peggio. Mentre scriveva Silvio pensava a quelle cose che si era lasciato indietro senza volerlo. Non narrava più tanto spesso, non scriveva quasi più. Le parole non scritte che erano fuggite dalla sua vita avevano portato via con sé il sorriso sardonico che gli permetteva di sopportare noia e disagio, paure e momenti di sconforto. E, soprattutto, avevano portato via con sé le colonne sonore.
Quelle musiche così importanti. Anni addietro Silvio aveva passato ore ed ore a scegliere con attenzione quali musiche ascoltare e in quale momento. Come in mistiche cerimonie religiose, da adepto di un culto misterico quale era, si era chiuso nel buio della sua stanza, preso con religiosa reverenza i vinili ingombranti, ammirato le copertine, fatto passare il panno sul disco per pulirlo dalla polvere. Aveva preso in mano la puntina, l'aveva posata con delicatezza nello spazio bianco tra due brani, avviato il registratore, pronto ad interromperlo nel momento esatto in cui la conzone avesse esalato l'ultimo respiro. E poi di nuovo sollevare la puntina, riporre con attenzione il disco nello scaffale, prenderne un altro, indovinare il giusto stato d'animo che la successione di canzoni avrebbe dovuto provocare. I due lati della C90 diventavano qualcosa di più di una cassetta. Diventavano la colonna sonora dei suoi pensieri, delle sue azioni, del film della sua vita. Anche nel tempo dei film muti i pianisti sottolineavano con la musica le azioni, e quelle cassette erano la preparazione, la droga che avrebbe suscitato dentro di lui le giuste emozioni.
Adesso anche loro erano andate, bruciate dalla tecnologia, dalla frenesia della vita ipercinetica ma piena a sua volta di momenti vuoti e inutili che conduceva.
Il nastro magnetico col tempo si deteriora. Perde informazioni, mentre il fruscio del rumore bianco si sovrappone sempre di più alla musica. Nella stessa maniera le parole che un tempo erano la vita stessa di Silvio, la narrazione continua e in tempo reale delle sue azioni e dei suoi pensieri, si era lentamente persa nel rumore bianco dello svegliarsi ogni mattina, rapida doccia, traffico, lavoro, telefonate, mal di testa, problemi, traffico ancora, casa, cena, televisione e letto.
Il rumore bianco della banalità aveva portato via quelle cassette confezionate con cura insieme alla narrazione, rendendola piatta ed insipida. I suoi momenti belli erano lì, pronti a tornare. Nella terra delle colonne sonore perdute, dove le musiche che aveva amato accompagnavano tutto quello di bello che aveva fatto.
Dove musiche ancora non ascoltate erano pronte ad accompagnare le nuove follie che avrebbero finalmente reso di nuovo interessante la narrazione.
Basta tornare ad avere il coraggio di ripassare il panno sul vinile per rimuovere il dannato rumore bianco che offusca tutto.

Dio santo, mi sa che sono andato troppo oltre. E forse sono stato troppo melenso.
Ma va bene così, almeno stasera, da solo in quest'ufficio mentre aspetto che arrivino le 10.

venerdì 30 maggio 2008

Omaha Beach

Ieri era un giorno come tanti altri, grigio e piovoso. Succede.
Ieri ero in un posto non come gli altri.
Sono in Francia, un po' in giro. Ieri ero in Normandia. Ieri ho visitato uno dei posti più intrisi di sangue che ci siano su questa terra. Colleville-sur-mér, un piccolo paesino sulla costa normanna. Meglio noto come Omaha Beach.
Quanti ricordano Salvate il Soldato Ryan? I venticinque minuti iniziali, una memorabile sequenza di morte e distruzione, di folle massacro che a molti ha fatto mancare il fiato. La prima volta che l'ho visto, in un cinema, un mio caro amico ci ha chiesto scusa, è uscito, non ce la faceva proprio. Era appena tornato dal Libano, aveva visto la guerra dal vivo. Quella scena, lo sbarco in Normandia, la spiaggia di Omaha, era stato troppo per lui.
Ieri sono andato a visitare quel posto, un po' per curiosità storica, non lo nego, e un po' per mostrare il mio rispetto a quei ragazzi che si fecero ammazzare laggiù, lontano da casa loro, solo per impedire che tutti noi (si, tutti noi) vivessimo in un'Europa dominata dal Nazifascismo.
Può sembrare idiota, dopo tutto vivo in una nazione che dedica le piazze a dei gerarchi fascisti come Almirante... Un po' come se la Germania dedicasse una piazza a Goebbels. Ma - chiamatemi stupido - io ci credo.
Ho trovato un'atmosfera folle, surreale. Le scolaresche francesi vengono portate laggiù, alla spiaggia di Omaha, a portare dei fiori alle tombe dei ragazzi americani che sono morti per dare loro la libertà. Intere classi di bambini zitti, composti, ognuno con un fiore in mano, ad ascoltare attentamente i loro maestri che gli raccontano come dei ragazzi di vent'anni o meno vennero su quella spiaggia a farsi ammazzare. Per un ottimo motivo.
File e file di croci bianche, tutte identiche, intervallate ogni tanto da una Stella di Davide su di un prato verde. Un gruppo di ragazzi di sedici o diciassette anni si aggiravano tra le croci. Una di loro diceva Merci George, Merci Robert, Merci Anthony... Li ringraziava uno per uno.
I ragazzi della stessa età, a Roma, in quello stesso momento, camminano per le strade, le celtiche tatuate sul braccio, inneggiando a Mussolini e ad Hitler.
Abbiamo sbagliato qualcosa, qualcosa di fondamentale. Mentre ero lì, in lacrime, mi chiedevo che cosa avessimo sbagliato. Qualcosa di fondamentale.
Quei ragazzi sono morti per noi. Ma noi li stiamo tradendo.

domenica 25 maggio 2008

Ancora sull'LHC...

Sta diventando noioso. Ormai anche Repubblica si è accorta che stanno per far partire gli esperimenti nell'LHC. E giù con la solita serie di notizie, ormai talmente standardizzate che c si potrebbe fare una statistica, bella ricca di grafici, di quelle che mandano in visibilio i dirigenti delle industrie quando non hanno da lavorare e vogliono far vedere che stanno facendo qualcosa.
E' quasi deprimente.
Stanno diminuendo, per fortuna, le previsioni catastrofiche da "fine del mondo" che avevano riempito le pagine di giornali e blog annunciando che nell'acceleratore ginevrino ci stavamo preparando a distruggere questa palla di fango creando buchi neri. Riassumendo queste teorie in due parole si diceva che le collisioni che avverranno nell'anello di accelerazione saranno talmente potenti da creare dei mini buchi neri in grado di risucchiare l'intera Terra. Come previsioni, come ho detto in un precedente post, sono abbastanza campate in aria:
  • Le energie prodotte nell'LHC non sono sufficienti, secondo tutte le teorie correnti, per creare dei buchi neri.
  • Se anche queste energie fossero sufficienti i buchi neri prodotti "evaporerebbero" in pochi istanti in un fascio di particelle ad alta energia a causa della Radiazione di Hawking.
  • Se le energie fossero sufficienti e se Hawking avesse sbagliato tutto, impedendo l'evaporazione dei mini buchi neri, questi avrebbero un'energia cinetica (velocità) talmente superiore alla velocità di fuga che verrebbero sparati via a distanze inimmaginabili dalla terra in pochissimi istanti, senza avere la possibilità di risucchiare alcunché.
Esistono ancora altri motivi per i quali è praticamente impossibile che l'acceleratore produca questo monstre destinato ad ingoiare la terra, ma bisognerebbe allontanarsi dalle spiegazioni "semplici" e cominciare a scrivere equazioni. Vorrei evitare.
E' interessante notare che l'utilizzo di un meme come quello dei buchi neri sia puramente - anche se forse involontariamente - fuorviante e strumentale: chiunque abbia lanciato la "notizia" avrebbe fatto molto meglio a parlare della possibile produzione di strangelets, uno stadio della materia ipotizzato e non ben compreso i cui costituenti, invece che combinazioni di quark up e down, conterrebbero quark strange. La produzione di un oggetto del genere - anch'esso destinato a papparsi la terra in un sol boccone - è lievemente meno improbabile di quella di un buco nero. Eppure la fisica che c'è dietro è così ingarbugliata e poco trattata dai telefilm di fantascienza che nessuno ha sollevato l'ipotesi. Divertente... Ma rassicuriamoci: è più probabile che tutto l'ossigeno della Terra si raccolga sulla punto dell'Everest che l'LHC riesca a produrre una strangelet. Ed è ancora più improbabile che venga prodotto un buco nero. E, se anche uno dei due eventi avvenisse, non ci sarebbe niente di strano: ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo, la Terra viene bombardata dai raggi cosmici, la cui energia è tale che la maggior parte delle collisioni ha un'energia molto maggiore di quanto prodotto nell'LHC. Negli ultimi quattro miliardi, seicento milioni e spiccioli di anni nessuna di queste collisioni ha prodotto un buco nero in grado di risucchiare la Terra, né una strangelet... E anche alla sfiga cosmica c'è un limite, quindi non perderò il sonno quando i magneti cominceranno a funzionare sotto Ginevra e l'LHC entrerà in funzione.
Ma gli articoli sull'acceleratore mi hanno fatto notare una cosa: tutti, nessuno escluso, da quelli sui giornali popolari fino agli articoli su riviste e blog scientifici trasudano un immenso senso di aspettativa. Tutti si aspettano che - una volta in funzione l'LHC - succeda qualcosa. Qualunque cosa.
Secondo la mia - modestissima - opinione quello che sta succedendo è che l'impasse che ha colpito la Fisica negli ultimi anni sta cominciando a trasudare dall'ambiente ristretto e spesso autoreferenziale dei fisici e a diffondersi nel grande pubblico. Tutti coloro che vanno oltre la vittoria della Roma in Coppa Italia nel definire il loro rapporto con l'universo stanno cominciando ad intuire che il grande giocattolo che dava tante soddisfazioni, la Fisica Estrema, la comprensione dell'universo fino all'ultima particella elementare, sta subendo una battuta d'arresto. Come una relazione che dopo anni si trascina stantia e noiosa tutti sperano in un grande scossone che riporti la passione, la scoperta, il divertimento.
Bé, una brutta notizia: non succederà.
Non perché le teorie siano omnicomprensive e funzionanti fino all'ultima virgola, cosa che non sono. Non perché l'LHC non sia in grado di indagare oltre le teorie correntemente vigenti, tutt'altro.
Quello che succederà è che l'LHC verrà acceso e, per il primo anno o forse più, nessun annunciò verrà fuori dal CERN. I primi mesi saranno costellati da problemi di vario tipo, tarature, aggiustamenti, forse anche modifiche alla struttura stessa dell'acceleratore e dei rilevatori. E' normale, questo è territorio inesplorato. E poi ci sarà da analizzare i dati. E da interpretarli. I dati apparentemente inspiegabili verranno analizzati, qualcuno estenderà e correggerà le teorie vigenti per comprendere questi dati. Passeranno mesi, forse anni prima che i risultati prendano la forma di articoli scientifici, e altri mesi prima che questi risultati vengano resi commestibili al grande pubblico. Qualcuno, magari la disonorevole Carlucci, tuonerà contro lo scandalo di questa spesa immane che non ci ha dato otto premi Nobel, il viaggio più veloce della luce e la comprensione del perché una fetta di pane cade sempre con il lato imburrato rivolto verso il suolo.
Tutti questi miliardi sono stati quindi spesi per niente?
Tutt'altro. Perché all'immensa mole di dati che l'LHC - e decine e decine di altri esperimenti sparsi per il mondo che stanno producendo dati in attesa di essere analizzati - manca ancora qualcosa per aprire nuove strade per andare là dove nessuno è mai stato prima: un'interpretazione, qualcosa di assolutamente nuovo, straordinario e lontano dagli schemi che metta in nuova luce i dati esistenti e prodotti e che li armonizzi in una visione del mondo fisico differente - ma non troppo, visto che dovrà includere la maggior parte delle interpretazioni già esistenti - e, senza dubbio, meravigliosa. E' già successo: occorsero anni prima che dalle implicazioni della teoria di Maxwell sulle onde elettromagnetiche alcune menti geniali - prime fra tutte Planck ed Einstein - cominciassero a trarre quelle soluzioni, quegli escamotage che condussero alla fisica moderna, alla Relatività Generale, alla Meccanica Quantistica e al meraviglioso zoo di particelle elementari che adesso sappiamo che ci circonda. Per quanto i dati dell'LHC possano essere affascinanti e rivoluzionari occorreranno certo degli anni prima che qualcuno riesca ad elaborare una teoria tale che li metta assieme e renda il quadro non solo più chiaro, ma finalmente di nuovo vitale e foriero di nuove interpretazioni. Questo potrà essere deludente per molti, segnatamente i giornalisti, ma è la realtà più probabile.
E adesso, come tutti, spero proprio di essere smentito non appena qualcuno sposterà un grosso interruttore su "acceso" da qualche parte sotto metri di roccia, a Ginevra.

sabato 24 maggio 2008

Un autoritratto in HDR

Oddio, no, non di nuovo, non un'altra dannata foto di me stesso!
E invece si, purtroppo...
Diciamola tutta. Questo pomeriggio, grazie anche ad alcuni discorsi fatti con Maura, m'è venuta voglia di fare qualche sperimentazione con l'HDR...
L'HDR, o High Dynamic Range, è un trucco permesso dalla moderna tecnologia per aumentare il cosiddetto range dinamico dei sensori delle macchine fotografiche. In due parole funziona in questa maniera: si fanno tre o cinque foto esattamente dello stesso soggetto, illuminato in maniera ineguale, e poi si mixano digitalmente. Normalmente il range di luminosità a cui è sensibile un sensore di una macchina fotografica è limitato, di molto inferiore a quello del nostro occhio. In questa maniera, prendendo informazioni da tutti i fotogrammi per evitare il clipping delle parti più illuminate e meno illuminate dello spettro, si riesce ad ottenere un'immagine con un ampiezza dei colori e delle luminosità pari, se non in alcuni casi superiore, a quella dell'occhio umano. Un effetto strano, non semplice da rappresentare a video (anche i monitor, sia LCD che CRT, non sono molto abili a riprodurre tutte le possibili sfumature di colore e di luminosità).
Per chi fosse più interessato e fosse ampiamente insoddisfatto della mia - pessima, a dire il vero - spiegazione c'è il solito articolo di Wikipedia pronto a dare una spiegazione esaustiva e a fare da bussola per le nostre ulteriori esplorazioni...
Oggi sono - tanto per cambiare - un po' a corto di soggetti da fotografare, quindi, vangogghianamente, mi sono accinto a usare me stesso come soggetto. Impietoso, al fine di riprendere più colori e luminosità possibile, ho usato un grandangolo, pur sapendo che le mie fattezze, già in partenza non del tutto apprezzabili, sarebbero venute caricaturalmente distorte. Incurante del pericolo ho piazzato la macchina sul cavalletto e mi sono accinto a scattare... Purtroppo il telecomando ha qualche problema con il bracketing e quindi ho dovuto utilizzare il cavo di comando, che tanto lungo non è (da qui il braccio teso a sostenere con noncuranza, ma accuratamente fuori inquadratura, il comando a filo). Mi sarei potuto piazzare un po' più lontano, migliorando la composizione, ma tant'è... Non si può avere tutto.
Ecco qui, dunque, per la gioia di grandi e piccini, il frutto di sì dura fatica:


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Now playing: The Beatles - Norwegian Wood
via FoxyTunes

lunedì 19 maggio 2008

Risiko & Kava

Lo so, è quasi un mese che non scrivo... Ma sono stato moderatamente impegnato (insomma, incasinato) e poco attento negli ultimi tempi... Un po' di real life che mi ha ricordato un po' di cose... Tra cui il mettere nel giusto conto le cose veramente importanti.
Detto questo, ho molte cose da dire e, giurin giuretta, le dirò. Ho da parlare del Risiko, non quello simpatico, tra amici, con un po' di birre e tanti carrarmatini che vanno dalla Jacuzia alla Cita, ma quello un po' più antipatico con i carrarmati di dimensioni reali e con la gente che muore. Molto più antipatico. E poi vorrei parlare della Kava... Sperando nel frattempo di trovarla e di poterne parlare di prima mano.
Qualcuno si aspettava un post pregno di significati e di idee? Niente da fare, per adesso è il mio solito keepalive, mentre metto in ordine le mie idee e mi preparo a scrivere su questi due argomenti...
A fra poco!

lunedì 21 aprile 2008

San Silvio

No, non è un commento sulle elezioni.
Mi chiamo Silvio, non ci posso far niente, è un nome che è in famiglia da qualche secolo, si chiamava così mio nonno... Che ci posso fare?
E' che oggi (21 aprile) si festeggia San Silvio (e compagni), martire ad Alessandria. Quindi, tra le altre cose, oggi è il mio onomastico.
Ora, di 'sto santo non si sa praticamente nulla. Io ogni tanto cerco, sperando di trovare qualche notizia, qualche cosa, non dico un'agiografia completa, ma almeno due spigolature di poco conto. Niente.
Quindi parto d'immaginazione: era un Alessandrino, quindi probabilmente cultura greca, etnìa egiziana (con buone probabilità di gocce di sangue ebreo). Profondamente integrato nella vita del cristianesimo alessandrino dove, per inveterata abitudine, si risolvevano le questioni religiose a spadate; una bella guerra di piazza per risolvere intricate e quasi incomprensibili questioni dottrinarie, facendosi saltare la mosca al naso se per caso qualcuno andava a dire qualcosa di sbagliato sulla consustanzialità o si faceva per caso il segno della croce con quattro dita invece che tre.
Me lo immagino come un giovane polemista, ferrato nei dibattiti, pronto a ricorrere a mezzi non ortodossi se per caso la disputa si alzava di tono, ben poco ecumenico e molto incazzoso se per caso si trattava di difendere le proprie idee, per niente ligio all'autorità e che, nel momento in cui l'autorità suddetta lo condannò a morte (probabilmente per il tradimento di qualche correligionario irritato dalla sua abilità nei dibattiti, tipica di un giovane mezzosangue in parte greco e in parte ebreo cresciuto leggendo Socrate e Platone), dopo un momento di tristezza infinita, passò alla totale rassegnazione, fece un respiro profondo e... "vabbé, facciamoci martirizzare. Speriamo che serva a qualcosa..."
Lo so, a volte ho troppa immaginazione. Comunque auguri Silvio: spero ti stia divertendo in quell'angolo di paradiso dove risiedi, lontano da tutti, abbastanza tranquillo e con giusto un paio di preghiere all'anno da parte di qualche rompicoglioni troppo zelante.

martedì 15 aprile 2008

Ma... E' successo qualcosa?

Non so. Giornali, televisioni, gente in giro, tutti parlano come se ieri fosse successo qualcosa.
Ieri non è successo niente.
Come insegna uno dei maestri, basta credere in qualcosa in maniera totale, sviluppando un campo di distorsione della realtà: un'area intorno a noi in cui la realtà è deliberatamente distorta e piegata alle nostre esigenze. Se ci impegnamo abbastanza e se siamo abbastanza carismatici e convincenti possiamo anche far sì che questo campo si espanda, portando altre persone a condividere questa nostra realtà e a calarsi nel nostro mondo personale.
Non importa quanto assurdi e folli siano i memi che proponiamo: se rispondono ad alcuni banali criteri di coerenza interna (la realtà personale nella quale crediamo deve essere autoconsistente, deve basarsi su di una serie di assunti da non dimostrare che portino a logiche e facilmente comprovabili conclusioni tutte coerenti, senza eccessive forzature) e se vengono sostenuti con forza tranquilla - la sicurezza in cui si crede in queste cose è fondamentale, non si devono avere dubbi - la realtà si distorcerà impercettibilmente intorno a noi, portando lentamente, per piccoli passi, a cambiare ogni percezione.
Se la personalità di chi proietta questo campo è sufficientemente forte i memi che da lui si irradiano potranno raggiungere distanze sempre maggiori, coinvolgendo sempre più persone.
Nel caso - estremo ma frequente - di memi particolarmente potenti e la cui base sia condivisa tra ampi gruppi di persone diventa estremamente facile - anzi, a volte così semplice che è letteralmente impossibile controllarne la diffusione - far sì che il nostro campo di distorsione personale si espanda, venga condiviso e cominci ad autosostenersi.
Quindi, visto che siamo tanti (ma non abbastanza), ripetiamolo tutti insieme: ieri non è successo niente.
Ieri non è successo niente.